sabato 31 gennaio 2015

Italo Svevo - Vita - Opere - Pensiero

VITA
Italo Svevo nacque il 19 Dicembre 1861 a Trieste, da un’agiata famiglia borghese di origine ebraica. I suoi primi studi furono indirizzati dal padre alla carriera commerciale, fu mandato in collegi in Germania e li poté dedicarsi alle letture di scrittori tedeschi come Goethe e Schiller, le quali influenzarono la sua aspirazione di divenire scrittore. Politicamente era vicino alle posizioni irredentistiche e socialiste. Nel 1880 il padre fallì e Svevo conobbe l’esperienza della declassazione, fu costretto a cercare lavoro e si impiego presso una banca. Il lavoro impiegatizio era per lui opprimente e arido, cercò quindi un’evasione nella letteratura, leggendo classici italiani e contemporanei francesi.
Dopo il matrimonio con la facoltosa cugina Livia Veneziani la sua situazione cambiò dal punto di vista psicologico poiché trovava finalmente delle certezze nella figura del pater familias, sia perché entrò a far parte della ditta del suocero, abbandonando la vita dell’impiegato e proiettandosi nel mondo dell’alta borghesia. In questo periodo lasciò l’attività letteraria, giudicandola come qualcosa che avrebbe compromesso la sua nuova vita attiva. In realtà il proposito di abbandonare la scrittura letteraria non fu da lui osservato con rigore e l’incontro e la successiva con James Joyce, con il quale vi fu un ricco scambio intellettuale, lo fece riavvicinare alla scrittura.
Egli pubblicò il suo terzo romanzo “La coscienza di Zeno”, che però non riscosse molto successo, per questo motivo mandò il romanzo a Parigi all’amico Joyce, che lo fece tradurre e il romanzo arrivò a conquistare la fama in Francia e su scala europea, mentre in Italia, Svevo, rimase sempre poco apprezzato, ad eccezione del giovane Eugenio Montale che riconobbe la sua grandezza.
La fisionomia di Svevo appare profondamente diversa da quella del letterato tradizionale italiano: egli visse a Trieste, una città di confine in cui convergevano tre culture: tedesca, slava e italiana; egli era inoltre di origini ebraiche, caratteristica che lo porto spesso a proiettare la figura dell’inetto, centrale nella sua opera alla condizione dell’ebreo nella civiltà europea. La scrittura letteraria non fi, inoltre, la sua professione, ed anche la sua formazione non fu quella umanistica poiché i suoi studi furono commerciali e la sua cultura letteraria e filosofica si deve alle sue letture da autodidatta.

CULTURA
Alla base dell’opera letteraria di Svevo vi è una vasta cultura filosofica e letteraria.
Schopenhauer: fu influenzato dall’irrazionalismo, dal pessimismo che indicava come unica salvezza dal dolore la contemplazione e la rinuncia. E in particolare riprende il carattere effimero e inconsistente della nostra volontà e dei nostri desideri.
Nietzsche.
Darwin: Dal quale riprende il darwinismo sociale e la concezione secondo cui il comportamento è il prodotti di condizioni indipendenti dalla volontà
Pensiero marxista: egli aveva una chiara percezione dei conflitti di classe nella società moderna ed era convinto che tutti i fenomeni psicologici erano condizionati dalla realtà delle classi. Del marxismo però non condivise le proposte politiche, la dittatura del proletariato e la collettivizzazione
Psicoanalisi: interessato alle ambivalenze della psiche umana, non apprezzò la psicanalisi come terapia che pretendeva di curare il malato di nevrosi, bensì come strumento conoscitivo capace di indagare nella psiche.
Flaubert: la maniera impietosa di rappresentare la miseria della coscienza borghese e l’evasione nel sogno.
Zola: ricostruzione minuziosa dell’ambiente
Dostoevskij: si addentrava nelle zone segrete della psiche.

UNA VITA
È il primo romanzo, inizialmente intitolato “Un inetto”. È la storia di un giovane, Alfonso Nitti che abbandona il paese per lavorare a Trieste dopo la morte del padre. Si impiega presso una banca ma il lavoro gli appare arido e mortificante, così, influenzato dalla sua cultura umanistica evade costruendosi sogni e vagheggiando la gloria letteraria. L’occasione per un riscatto gli fu offerta da un invito a casa del padrone della banca Maller. Qua conobbe Macario, un giovane brillante sicuro di se con cui strinse una profonda amicizia e Annetta, la figlia del padrone, anch’essa con ambizioni letterarie che propose ad Alfonso di collaborare nella stesura di un romanzo. Alfonso, avrebbe poi la possibilità di cambiare la sua posizione sposandola, ma preso da un’inspiegabile paura fugge da Trieste e quando ritorna trova che Annetta si è fidanzata con Macario ed alla fine, inviso dalla famiglia della donna, decide di uccidersi.

Si tratta di un romanzo della “scalata sociale”, che riprende i modelli di verga e Balzac. È ravvisabile anche l’influsso zoliano nell’intenzione di ricostruire un determinato quadro sociale.
Alfonso inaugura un nuovo tipo di personaggio: l’inetto. L’inettitudine è una debolezza, un’insicurezza psicologica che rende l’eroe incapace alla vita. In questo caso Alfonso, piccolo borghese ed un intellettuale declassato, questi due fattori sociali lo rendono diverso e la sua diversità è sentita come una inferiorità. L’impotenza sociale diviene impotenza psicologica, la cultura umanistica e la vocazione letteraria lo rendono inadatto alla durezza della lotte per la vita ed è per questo motivo che egli si costruisce un’immagine di se consolatoria, una maschera. Dinnanzi al protagonista si ergono degli antagonisti che presentano caratteristiche che a lui mancano: il padrone della fabbrica, incarnazione della figura del padre autoritario e temibile, e Macario, il rivale, brillante, sicuro di sé, adatto alla vita, che sottrarrà all’eroe la donna. La narrazione è condotta da un narratore esterno in terza persona, vi è una focalizzazione interna al protagonista, i fatti sono narrati dal suo punto di vista. La coscienza del protagonista diviene qui un vero e proprio labirinto in sui si intrecciano sogni, autoinganni, giustificazioni, contraddizioni che lasciano smarrito il lettore. Spesso interviene la voce del narratore a giudicare un’azione o a smascherare un autoinganno.

SENILITA’
Il protagonista, Emilio Bretani vive di un modesto impego presso una società di assicurazioni e gode di una certa reputazione per un romanzo pubblicato anni prima. Egli ha attraversato la vita con prudenza, evitando pericoli, piaceri e appoggiandosi alla sorella che lo accudisce come una madre e all’amico Stefano Balli, uomo dalla personalità forte che compensa l’insuccesso artistico con la fortuna con le donne, il quale è visto come una figura paterna. L’insoddisfazione per la propria esistenza vuota e mediocre spinge Emilio a cercare un’evasione nell’avventura che egli crede facile e breve con una ragazza del popolo, Angiolina, ma si innamora della giovane e dopo aver scoperto che quest’ultima ha molti amanti, si chiude nella sua gelosia che lo priva dell’energia vitale. Nel frattempo l’amico Balli la assume come modella per una sua statua, ma la ragazza si innamora di lui e la gelosia di Emilio si concentra sull’amico. Nel frattempo la sorella Amalia si innamora di Balli e non osando rivelare i suoi sentimenti trova appagamento solo nei sogni. Dopo la morte di Amalia, Emilio torna a chiudersi nel suo guscio, guardando alla sua avventura come un anziano alla sua gioventù.

Il romanzo si concentra sui quattro personaggi centrali e la dimensione psicologica è messa in primo piano. Anche Emilio è un debole, un inetto che ha paura di affrontare la realtà e per questo si è costruito un sistema protettivo conducendo un’esistenza cauta; resta però in lui un desiderio irrefrenabile di piaceri che lo porta ad avvicinarsi ad Angiolina, che diventa per lui un simbolo di pienezza vitale. Nel rapporto con Angiolina si compendia il rapporto del protagonista con la realtà ed è proprio questa relazione che mette in luce l’inettitudine di Emilio, il quale possiede un’immaturità psicologica che lo porta a trasfigurare la figura di Angiolina come una creatura angelica e purissima. Nel rapporto con Angiolina Emilio non riesce ad immedesimarsi con un’immagine di uomo virile, forte sicuro, che rappresenta il modello di uomo proposto nella società borghese ottocentesca. Quella stessa figura era entrata in crisi col trionfo della società di massa; Emilio si appoggia a Balli, ma anche quest’ultimo è afflitto dalla stessa crisi, ma vi fronteggia creando un’immagine di onnipotenza.

Verso il suo eroe Svevo ha un atteggiamento critico ed anche in questi casi i fatti sono filtrati attraverso la coscienza del protagonista e presentati come li vede lui; ma poiché Emilio o si costruisce continuamente maschere, alibi, autoinganni, la sua prospettiva è inattendibile, e questa inattendibilità viene denunciata da Svevo attraverso tre procedimenti:
1.       La voce narrante interviene a smentire o correggere la prospettiva del protagonista
2.       I giudizi sono affidati a sfumature ironiche del discorso
3.       A volte l’ironia e la perplessità scaturiscono dall’oggettività stessa della narrazione che può essere definita ironia oggettiva o implicita.

LA COSCIENZA DI ZENO
È molto diverso dai due romanzi precedenti ed è influenzato da diversi avvenimenti: incontro con Joyce, Prima Guerra Mondiale. Si tratta di un memoriale che il protagonista scrive su invito del suo psicoanalista, il dottor S. a scopo terapeutico e lo scrittore finge che il manoscritto di Zeno venga pubblicato da l dottor S, stesso per vendicarsi del paziente che si è sottratto alla cura. Il romanzo è narrato dal protagonista stesso. La ricostruzione del proprio passato è operata da Zeno e si raggruppa in alcuni temi fondamentali: il vizio del fumo, la morte del padre, il matrimonio, il rapporto con la moglie e l’amante, l’associazione commerciale on il cognato.
Il protagonista è una figura di inetto, incostante negli anni giovanili, passò da una facoltà all’altra senza mai giungere alla laurea e per questo motivo il padre non ebbe mai stima verso di lui. I rapporti del figlio col padre subiscono delle ambivalenze; pur amandolo sinceramente Zeno non fa che deluderlo, rivelando inconsci impulsi ostili; inoltre il vizio del fumo  si basa proprio sull’ostilità contro il padre, inoltre quando già è sul letto di morte  il padre lascia cadere uno schiaffo sul viso del figlio che lo assiste e Zeno resta sul dubbio se il gesti sia prodotto dall’incoscienza della situazione o da un’intenzione punitiva e cerca di costruirsi un alibi per giustificarsi e dimostrare a se stesso di essere privo di ogni colpa nei confronti del padre e della sua morte che in realtà fortemente desidera. Privato della figura paterna, egli ha bisogno di appoggiarsi ad una figura sostitutiva e la trova in Giovanni Malfenti, uomo d’affari tipico borghese che incarna il modello di uomo con cui Zeno non riesce a coincidere e rappresenta l’antagonista- Zeno decide si posare una delle sue figlie per adottarlo come padre. Di innamora della più bella, Ada, ma con il suo comportamento sembra fare di tutto per allontanarla; chiede allora la mano alla sorella minore, Alberta e al rifiuto di questa si propone alla più brutta, Augusta che in realtà egli aveva già scelto inconsciamente e che infatti si rivela la donna di cui egli ha bisogno, amorevole come una madre e rappresenta l’antitesi di Zeno: ha un limitato ma solido sistema di certezze. Zeno invece, è incapace di integrarsi in quel sistema di vita ed è affetto da una nevrosi che proietta nella propria inettitudine, ed attribuisce la colpa dei propri malanni al fumo: la sua vita è caratterizzata da tentativi di liverarsi dal vizio, nella convinzione che solo questo può portarlo alla salute. Egli aspira ad entrare nella normalità borghese, fonda un’associazione commerciale con il cognato Guido che ha sposato Ada, ma l’amicizia e l’affetto che egli mostra di provare verso di lui mascherano un odio profondo che si oggettiva quando ai suoi funerali, Zeno sbaglia corteo funebre. Ormai anziano decide di intraprendere la cura psicoanalitica ma si ribella alla diagnosi dello psicoanalista e dopo aver avuto una fortuna finanziaria, decide di abbandonare la cura sentendosi guarito.

Il filo della narrazione non è lineare ma Svevo usa il “tempo misto”,  il racconto non presenta gli eventi nella loro successione cronologica, ma in un tempo soggettivo in cui il passato riaffiora continuamente e si intreccia al presente. Il narratore è inattendibile, come denuncia anche la prefazione del dottor S.: l’autobiografia contenuta in esso è un gigantesco tentativo di autogiustificazione di Zeno che vuole mostrarsi innocente da ogni colpa nei rapporti col padre, con la moglie, con l’amante e con Guido; ma non si tratta di menzogne intenzionali.
La diversità di Zeno, funziona da strumento trainante nei confronti dei “normali”. La malattia che impedisce a Zeno di coincidere con la sua parte di borghese porta alla luce l’inconsistenza della pretesa sanita degli altri che vivono perfettamente soddisfatti nelle loro certezze. Zeno, nella sua imperfezione è inquieto e disponibile alle trasformazioni, i sano sono cristallizzati in una forma rigida e immutabile in cui Zeno vede una necrosi paralizzante. In Zeno tuttavia non vi è un consapevole atteggiamento critico verso il mondo che lo circonda, al contrario ha un disperato bisogno di salute ma finisce per scoprire che la salute degli altri è anch’essa malattia. L’inettitudine non è più considerata un fattore di inferiorità ma una condizione aperta che può essere considerata anche positivamente. Il mutare della fisionomia degli autori sveviani rivela il passaggio dalla visione del mondo chiusa ottocentesca alla visione aperta propria del novecento.

I RACCONTI
Svevo scrisse numerosi racconti in diversi periodi della sua vita, ma solo tre furono pubblicati: “una lotta”, “l’assassinio di via bel poggio”, significativa per l’analisi dei processi psicologici innescati da un omicidio e “la tribù” un racconto di carattere politico.

IL QUARTO ROMANZO
Sono rimasti anche i frammenti di un quarto romanzo progettato dallo scrittore. Il racconto presenta Zeno a narrare e una serie di ritratti dei nuovi membri della sua famiglia: i figli e i nipoti. Si tratta ancora di un narratore inattendibile infatti, dietro il profondo affetto per i parenti, affiorano rancori, odi, insofferenze profonde. Al tempo stesso anche qui il suo atteggiamento ambivalente, assume una funzione straniante, egli si dimostra un critico corrosivo dell’istituto della famiglia borghese di cui sa cogliere le tensioni esasperate, occultate dietro la facciata serena dell’idillio patriarcale.

LE COMMEDIE
Egli abbozzò negli anni giovanili testi drammatici di cui solo “terzetto spezzato” arrivo sulle scene prima della sua morte. Sono 13 le commedie rimaste, in cui egli fa riferimento al teatro borghese, che si svolge in interni familiari e mette in scena i conflitti profondi, che si celano dietro la superficie quotidiana degli affetti. (in “un marito”, “la rigenerazione”)